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| LA VIOLENZA NEGLI STADI |
09/04/2009 |
| Considerazioni sociologiche su calcio e ultras |
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Nonostante che gli scandali che riguardano il calcio diventino sempre più frequenti cosicché i tribunali devono occuparsi da alcuni anni troppo spesso delle vicende delle squadre di calcio ipotizzando i reati di frode sportiva e di associazione a delinquere, il fascino del calcio continua a fare sentire fortemente la sua influenza nel mondo contemporaneo. Inoltre anche i comportamenti violenti di molti tifosi diventano sempre più frequenti sia negli stadi sia al di fuori di essi. In tale articolo cercheremo di spiegare utilizzando le categorie della sociologia e della psicologia sociale sia il fascino esercitato dal calcio sia i comportamenti violenti di alcune frange del mondo ultras tenendo presente che il calcio non è semplicemente uno sport ma è uno dei miti della società contemporanea. Prima di entrare nel merito di tali questioni vogliamo mettere in evidenza che dal punto di vista sociologico nella società contemporanea è riscontrabile una vera e propria “fame di miti” che ha la funzione di compensare le frustrazioni e le sconfitte che molti individui subiscono nella vita di tutti i giorni. In un nostro libro abbiamo scritto: “Nella società contemporanea sono fortemente aumentate le situazioni frustranti nonché le situazioni problematiche in quanto non esistono più i ‘salvagente psicosociali’ presenti nelle società del passato” (Pellegrino). Anche Alberoni mette in evidenza il fatto che molti individui cercano delle “valvole di sfogo” per scaricare le frustrazioni: “Molte persone cercano il modo di scaricare le frustrazioni ed i livori della vita quotidiana” (Alberoni). Anche il calcio è uno dei miti della società contemporanea che ha la funzione di compensare le frustrazioni che molti individui subiscono. Premesso ciò cercheremo di chiarire i motivi che permettono al calcio di esercitare un fascino esagerato nel mondo contemporaneo. In primo luogo l’eccessiva importanza attribuita al calcio dipende dall’assurda convinzione che l’onore di una città o di una nazione dipendono dalle vittorie o dalle sconfitte ottenute nelle partite e non dal grado di civiltà, dal livello culturale e scientifico presenti in una data città o nazione. Dobbiamo dire che tale convinzione è senza dubbio segno di grande irrazionalità in quanto non tiene conto del fatto che il calcio è solamente uno sport e che pertanto una città non è di serie A se la sua squadra gioca in A e non è di serie B se la squadra che la rappresenta si trova in serie B. Al contrario una città è superiore ad un’altra per motivi molto più validi delle vittorie o sconfitte che ottiene nell’ambito calcistico. Purtroppo dobbiamo mettere in evidenza che nelle televisioni private di alcune città sia i giornalisti sportivi sia gli uomini di cultura e sia gli uomini politici sostengono spesso che i risultati conseguiti dalla squadra di calcio locale possono influenzare la fama ed il buon nome della loro città. Molte volte sono gli atteggiamenti irresponsabili dei giornalisti sportivi locali a determinare la mitizzazione dei giocatori di calcio e della squadra locale: ciò dipende dal fatto che molti giornalisti che frequentano la ribalta dei mass-media locali non sono giornalisti professionisti ma tifosi-giornalisti cosicché dimenticano che quando un giornalista svolge il suo lavoro non deve parlare da tifoso ma da giornalista. Fino a quando sia i tifosi sia i giornalisti sia gli uomini politici sia gli uomini di cultura non capiranno che è necessario attribuire minore importanza al calcio e non gettare benzina sul fuoco appare chiaro che esso diventerà sempre più un mito con tutto ciò che ne consegue. Un altro motivo sociologico del fascino del calcio è senza dubbio il fatto che gli individui hanno spesso bisogno di dimenticare la propria identità individuale per sentirsi parte di un’identità collettiva, di un IO collettivo nel quale l’IO del tifoso si fonde nella massa degli altri tifosi. Dobbiamo tenere presente che un individuo che si sente parte di un IO collettivo si trova in una situazione psicosociale molto particolare nella quale prova delle emozioni molto forti amplificate da fenomeni di contagio psichico ed imitazione sociale: Gustav Le Bon nel suo libro La psicologia delle folle mette in evidenza l’importanza dell’imitazione sociale nel comportamento di massa ed inoltre sostiene che i leader sfruttano tale meccanismo psicosociale per raggiungere i loro scopi. In effetti noi siamo convinti che l’imitazione sociale viene spesso strumentalizzata per raggiungere fini non certamente ammirevoli. In sintesi quando un individuo dimentica la propria identità personale (come spesso avviene nel corso delle partite di calcio) perde in gran parte le sue capacità critiche in quanto la percezione individuale della realtà viene sostituita dalla percezione collettiva della realtà cosicché l’individuo può compiere cose che non fanno parte dei suoi comportamenti abituali. Per dirla in altro modo il suo comportamento subisce una sorta di polarizzazione (estremizzazione delle emozioni, dell’immaginazione, delle idee e dei comportamenti siano essi socialmente ammissibili oppure devianti) o addirittura assume caratteristiche che non fanno parte delle sue strategie comportamentali abituali a causa dello stato di “effervescenza collettiva” nel quale si viene a trovare coinvolto ogni individuo che si sente parte di un IO collettivo. Per tali ragioni i tifosi si scatenano in reazioni esagerate, gridano, si abbracciano, facilmente si esaltano ed altrettanto facilmente si deprimono, non essendo più in grado di valutare oggettivamente le situazioni contingenti (gli psicologi sociali definiscono tali situazioni con l’espressione “alteration states”). Altra motivazione sociologica del fascino esercitato dal calcio nella società contemporanea è costituita dal fatto che durante le partite di calcio scompaiono tra i tifosi di una determinata squadra almeno per la durata della partita tutte le differenze di status e di ruolo sociale in quanto sia l’operaio, l’avvocato, l’uomo d’affari, il medico, il professore, la casalinga, i potenti e gli emarginati si autopercepiscono esclusivamente come tifosi della squadra di calcio in questione. In alcuni casi può perfino accadere che le gerarchie esistenti nel microsistema sociale dei tifosi possano essere diverse da quelle esistenti nella scala e nella gerarchia sociale della vita di tutti i giorni in quanto anche un operaio, un venditore ambulante possono diventare i leader carismatici di una data tifoseria, il punto di riferimento di tutti gli altri tifosi anche se molti di essi rivestono un ruolo sociale molto più importante di quello dei leader della tifoseria in questione. Potremmo dire utilizzando un parallelismo molto suggestivo che nelle partite di calcio avviene la stessa cosa che avveniva nelle religioni misteriche del mondo pagano dal momento che durante i riti di tali religioni le differenze sociali venivano annullate. Dobbiamo anche mettere in evidenza che per molti tifosi la loro squadra viene “divinizzata” in quanto diviene un vero e proprio idolo da adorare tanto che non è esagerato parlare di vere e proprie forme di idolatria nei confronti della propria squadra di calcio. Un’altra ragione sociologica del calcio nella società moderna è senza dubbio il crollo dei grandi ideali che in passato funzionavano da “orizzonti di senso” per gli individui. Per fare un esempio non esistendo più l’ideale della nazione oppure della lotta di classe che bene o male avevano funzionato da punti di riferimento in un passato non lontano molte persone cercano di dare un senso alla loro vita aggrappandosi ad ideali certamente non degni di quelli che esistevano in passato anzi, se vogliamo essere chiari, dobbiamo dire che oggi moltissime persone si aggrappano a pseudoideali. Uno di questi pseudoideali è proprio l’idolatria nei confronti della propria squadra di calcio. Vogliamo anche mettere in evidenza che dal punto di vista strettamente sociologico il calcio può essere considerato una metafora della vita sociale. Per chiarire tale concetto faremo alcuni esempi. In primo luogo nelle partite quando una squadra segna un goal corre il rischio di deconcentrarsi, ritenendo di aver già vinto la partita e sottovalutando la capacità degli avversari di reagire con decisione al goal subito e di ribaltare il risultato della partita. Allo stesso modo nelle vicende della vita quotidiana può accadere che degli individui che hanno conseguito dei risultati positivi nei vari settori della vita sociale si convincano di essere diventati invincibili e sottovalutino le difficoltà ed i problemi che devono affrontare per ottenere altri risultati vincenti. Essi non danno sufficiente importanza al fatto che non è sufficiente ottenere momentanei risultati vincenti dal momento che è indispensabile dare continuità e stabilità a tali risultati. Nel calcio come nella vita di tutti i giorni per dare continuità ai risultati positivi bisogna valutare in maniera razionale ed intelligente le strategie comportamentali da adottare ed inoltre non bisogna mai sottovalutare gli avversari e le situazioni problematiche. In secondo luogo le partite di calcio richiedono che i giocatori debbano possedere nello stesso tempo l’impeto agonistico ed autocontrollo dal momento che da un lato devono avere più determinazione e combattività degli avversari mentre dall’altro lato devono possedere un forte autocontrollo sia nei confronti degli avversari sia nei confronti dell’arbitro il cui giudizio è inappellabile anche se egli commette degli errori o se si lascia corrompere per qualsiasi motivo. Anche nella vita di tutti i giorni bisogna avere nello stesso tempo determinazione ed autocontrollo. La determinazione o addirittura la rabbia è indispensabile per gestire ed affrontare in maniera adeguata gli inevitabili conflitti interpersonali che caratterizzano la vita di tutti i giorni (secondo la teoria del conflitto per raggiungere qualsiasi obbiettivo sociale i conflitti sono normali ed inevitabili). Noi siamo convinti che soprattutto nella società contemporanea nei rapporti interpersonali i momenti conflittuali prevalgono su quelli nei quali si adottano comportamenti cooperativi e pertanto la famosa affermazione “In ogni situazione sociale ci sono sempre dei perdenti e dei vincenti” corrisponde alla realtà. Tuttavia nella vita di tutti i giorni è necessario possedere anche un notevole autocontrollo senza il quale è impossibile ottenere risultati soddisfacenti nei vari settori della vita sociale. In sintesi dunque sia il calciatore sia qualsiasi altro individuo devono riuscire a raggiungere all’interno della loro personalità una capacità di gestire le situazioni problematiche con un mixer vincente di rabbia agonistica ed autocontrollo partendo dal principio che sia le vittorie sportive sia quelle sociali si conquistano lottando senza illudersi che giungano regali dagli altri attori sociali. In terzo luogo i calciatori come tutti gli altri sportivi devono comprendere che devono cercare di raggiungere i loro risultati adottando un comportamento leale nei confronti dei compagni di squadra, degli avversari, dell’arbitro e dei tifosi. Anche nella vita di tutti i giorni tutti gli attori sociali dovrebbero imparare ad adottare comportamenti leali sia nei confronti degli amici sia nei confronti di quelle persone con le quali sono in conflitto per qualsiasi motivo. In quarto luogo i calciatori ma anche i tifosi ed i dirigenti delle squadre di calcio devono imparare a saper perdere in quanto non è possibile vincere sempre (saper perdere significa sia non adottare comportamenti aggressivi nei confronti degli avversari se questi hanno vinto lealmente sia non abbattersi troppo dopo una sconfitta partendo dal principio che è possibile rifarsi nelle prossime partite o nel prossimo campionato). Anche nella vita di tutti i giorni gli attori sociali devono imparare a perdere come i calciatori e non devono né ricorrere alla violenza se subiscono sconfitte sociali né abbattersi troppo dopo un fallimento partendo dall’idea che hanno la possibilità, almeno fino ad un certo punto, di giocare altre partite sociali nelle quali possono riscattare le sconfitte subite (vogliamo mettere in evidenza che una serie continua di sconfitte sia nel calcio sia nelle “partite sociali” può portare il calciatore o l’attore sociale al raggiungimento del “break point” con conseguenti danni psicologici irreversibili). Infine come nelle partite di calcio si possono ottenere buoni risultati solamente se si collabora con gli altri giocatori e con l’allenatore evitando manie di protagonismo esagerate, allo stesso modo gli individui devono collaborare nella vita di tutti i giorni con gli attori sociali che rivestono un ruolo di fondamentale importanza nel loro habitat sociale evitando conflitti inutili e dannosi dal momento che se è vero, come abbiamo detto in precedenza che un certo numero di conflitti interpersonali sono inevitabili è altrettanto vero che alcuni attori sociali creano con il loro comportamento irritante e provocatorio conflitti che si potrebbero facilmente evitare. Dopo aver descritto le cause sociologiche del fascino del calcio e del processo di mitizzazione che lo riguarda prenderemo in considerazione il problema dei comportamenti violenti adottati sempre più frequentemente da una parte dei tifosi delle varie squadre di calcio e cercheremo di dare una spiegazione sociologica di tali comportamenti violenti, tenendo presente che il mondo del calcio è un subsistema del sistema sociale contemporaneo e non un mondo a parte che non risente delle caratteristiche generali della società contemporanea (di conseguenza il mondo del calcio non può prescindere dai condizionamenti esterni e non può essere autoreferenziale sia nel bene che nel male). Di conseguenza non sarà mai possibile dare una spiegazione dei comportamenti violenti di alcuni tifosi se non si tiene conto di questo dato di fatto strutturale. Per quanto riguarda i tifosi protagonisti dei comportamenti violenti negli stadi e fuori di essi possiamo dividere tali tifosi in due categorie ovvero quelli che abitualmente compiono azioni violente e criminali che niente hanno a che vedere con il calcio e quelli che pure essendo incensurati compiono azioni violente solo collegate in qualche modo al calcio. Dal punto di vista sociologico tale distinzione è di fondamentale importanza dal momento che siamo di fronte a comportamenti violenti che devono essere spiegati utilizzando criteri molto diversi. Appare infatti evidente che se un individuo che si rende protagonista di comportamenti violenti collegati al calcio è un criminale abituale o quanto meno una persona abituata ad utilizzare metodi violenti ogni volta che deve risolvere situazioni che appartengono alla routine quotidiana ci troviamo di fronte ad una persona che abitualmente adotta quello che i sociologi chiamano “codice deviante” (tipici esempi di codici devianti sono le regole comportamentali adottate dai mafiosi, dai camorristi e da tutti coloro che fanno parte della malavita per i quali i comportamenti violenti non costituiscono azioni devianti ma un modo normale ed onorevole di gestire le situazioni sociali ed i rapporti interpersonali di qualsiasi tipo). Quindi ogni qualvolta un individuo che appartiene a quelle frange minoritarie che adottano codici devianti dal lunedì al sabato compie azioni violente anche la domenica in uno stadio non ci dobbiamo minimamente sorprendere dal momento che tali azioni fanno parte delle sue strategie comportamentali abituali. Molto più difficile è spiegare dal punto di vista psicosociale i comportamenti violenti negli stadi compiuti da individui che nella vita di tutti i giorni non solo non sono criminali ma non sono soliti compiere azioni violente (da studi compiuti sui soggetti responsabili di azioni violente collegate al calcio gli individui incensurati risultano numerosi). Non dobbiamo nemmeno dimenticare che i mass-media mettono in evidenza che un numero sempre maggiore di omicidi è compiuto da individui considerati non pericolosi. Di conseguenza bisogna porsi la seguente domanda: “Perché individui che non sono considerati violenti lo diventano negli stadi?”. Molto probabilmente tali individui accumulano una forte dose di frustrazioni nel corso della loro vita ed utilizzano il calcio come una valvola di sfogo per scaricare tali frustrazioni. Ma qualcuno potrebbe obbiettare a tale nostra ipotesi che le situazioni frustranti esistevano anche venti o trenta anni fa (in misura non minore di oggi) ma nonostante ciò la violenza negli stadi era molto inferiore a quella che si registra oggi. A nostro avviso è possibile rispondere a tale eventuale obiezione mettendo in evidenza che negli anni ’70-’80 in Italia esistevano scontri violentissimi tra fascisti e comunisti. L’esistenza di tale clima politico nel quale i comportamenti violenti erano non solo accettati ma anche esaltati permetteva a tutti quegli individui che avevano bisogno di trovare una valvola di sfogo per scaricare le loro frustrazioni di trovare nella politica il pretesto per compiere azioni violente che permettessero loro di scaricare le loro frustrazioni. In sintesi noi siamo convinti che in un qualsiasi sistema sociale siano indispensabili delle valvole di sfogo per le inevitabili frustrazioni che un certo numero di individui accumula e che determina un forte aumento dell’aggressività che genera nei soggetti il bisogno di compiere di tanto in tanto azioni violente anche se non si tratta di individui criminali o appartenenti a classi sociali disagiate. A nostro avviso, venuta meno la possibilità di utilizzare la politica come valvola di sfogo in quanto oggi i comportamenti violenti in politica sono diventati molto rari, il calcio è diventato da un paio di decenni l’unico mezzo per scaricare la rabbia accumulata in seguito a sconfitte sociali o all’incapacità di adattarsi alle regole sociali divenute sempre più problematiche in quanto bisogna ammettere che oggi non è facile per molte persone evitare di subire danni psicologici derivanti dalle numerose “mine vaganti psicosociali” che minacciano l’equilibrio psicologico di molti individui. Se la nostra ipotesi risultasse vera appare evidente che molti individui anche inconsciamente vanno allo stadio per trovare il pretesto per compiere le azioni violente che diano loro la possibilità di scaricare la loro aggressività repressa nella vita di tutti i giorni sfruttando il fatto che la maggior parte della azioni violente compiute negli stadi rimangono impunite come d’altra parte al tempo degli scontri violenti tra fascisti e comunisti la maggior parte delle azioni criminali compiute in nome degli ideali politici restavano impunite. Inoltre non dobbiamo sottovalutare il fatto che come nelle lotte politiche ora citate i comportamenti violenti aumentavano il prestigio di chi li commetteva nell’ambito del gruppo politico di appartenenza allo stesso modo gli ultras che commettono azioni violente contro i tifosi delle altre squadre o contro le forze dell’ordine conquistano spesso l’ammirazione degli altri ultras. A nostro avviso anche se sarebbe opportuno seguire l’esempio della Gran Bretagna che con opportune leggi ha eliminato totalmente la violenza negli stadi (fondamentale è la certezza della pena che in Italia non esiste per chi compie azioni violente negli stadi mentre esiste in Gran Bretagna dove sono state costruite addirittura prigioni all’interno degli stadi) non possiamo limitarci solo a reprimere la violenza con leggi severe ma dovremmo anche cercare di diminuire quelle cause di disagio sociale che sono uno dei serbatoi più importanti di situazioni frustranti che sono la principale causa scatenante dei comportamenti violenti compiuti sia da individui incensurati sia da individui che appartengono a subculture devianti. Se non faremo ciò anche ammesso che con leggi severe riusciremo ad eliminare la violenza negli stadi i comportamenti violenti derivanti dalle cause strutturali che abbiamo in precedenza messo in evidenza si trasferiranno in altri contesti sociali. Vogliamo chiudere questo articolo con un concetto di fondamentale importanza e cioè che tutti i personaggi che ruotano nel mondo del calcio non devono istigare i tifosi alla violenza assumendo comportamenti provocatori. Ad esempio gli arbitri non devono condizionare il risultato delle partite con decisioni scandalose che fanno pensare che “calciopoli” esiste ancora ed i giornalisti sportivi non devono scrivere articoli irresponsabili o affermare nelle trasmissioni televisive cose che possono spingere i tifosi a compiere azioni violente. Infine anche gli stessi calciatori devono dare il buon esempio cosa che non sempre avviene. Vogliamo mettere in evidenza che a volte i calciatori che sono i principali protagonisti delle partite scatenano delle risse in campo che spingono i tifosi a compiere a loro volta azioni violente sia perché sono convinti che questo sia l’unico modo per vendicare presunte ingiustizie subite dalla loro squadra sia perché vogliono imitare il comportamento dei loro idoli. In definitiva come in tutti i fenomeni sociali non bisogna mai cadere nell’errore di credere che la violenza degli ultras possa avere una spiegazione monocausale in quanto essa può essere spiegata solamente se chiamiamo in causa la costellazione di fattori che abbiamo preso in considerazione in tale articolo (è necessario una lettura pluriprospettica e multidimensionale di tale fenomeno come di tutti gli altri avvenimenti sociali tenendo anche in debito conto le variabili intervenienti che spesso vengono trascurate nella lettura sociologica dei vari fenomeni). |
| Giovanni Pellegrino |
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| Bibliografia |
| I miti della società contemporanea, G. Pellegrino, New Grafic Service, Salerno 2004 |
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| Il ritorno dell'astrologia, G. Pellegrino, New Grafic Service, Salerno 2004 |
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| Introduzione alla sociologia, H. Reimann, Il Mulino, Bologna 1982 |
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| La psicologia delle folle, G. Le Bon, Longanesi, Milano 1980 |
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| La teoria sociologica contemporanea, A. Wolf, Il Mulino, Bologna 1985 |
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| L'ottimismo, F. Alberoni, Fabbri Editori, Milano 1994 |
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| Messaggeri di illusioni, J. Vallée, Sperling & Kupfer, Milano 1979 |
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| Psichiatria, A. Felin, Masson, Milano 1985 |
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| Psicologia medica, P. Snaider, Feltrinelli, Roma 1979 |
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| Teorie sociologiche, R. Collins, Il Mulino, Bologna 1992 |
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| Una lettura sociologica della realtà contemporanea, G. Pellegrino, Edizioni Cronache Italiane, Salerno 2003 |
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| Uomo, cultura e società, B. Bernardi, Franco Angeli, Milano 1989 |
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