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| APERTO IL NUOVO MUSEO DELL'ACROPOLI AD ATENE |
29/06/2009 |
| Continua la polemica sui Marmi del Partenone |
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E alla fine il momento è arrivato. Dopo una settimana di inaugurazioni, visite riservate, preview e pre-preview, a Atene il nuovo stupefacente Museo dell’Acropoli da oggi è accessibile a tutti. Ma si apre con un convitato di pietra, anzi di gesso: i famosi marmi del Partenone - trafugati all’inizio dell’800 da Lord Elgin con il consenso delle autorità ottomane e dal giorno dell’indipendenza greca, nel 1829, oggetto di una irrisolta contesa con Londra, sono rimasti al British Museum, sostituiti da calchi fedeli che hanno l’effetto (voluto) di mantenere ben visibile la ferita. «Per la prima volta mostriamo chiaramente al pubblico gli sfregi inferti da Elgin», ci spiega Dimitrios Pandermalís, l’archeologo responsabile di tutta l’operazione Nuovo Museo. Basta salire al secondo livello della grande struttura progettata dall’architetto franco-svizzero Bernard Tschumi, ruotato di 23 gradi rispetto al livello inferiore, in modo da farlo coincidere esattamente, per dimensioni e disposizione, con il Partenone che svetta a 300 metri in linea d’aria. Qui il visitatore può girare intorno alle metope e al fregio concepiti dal genio di Fidia, rimontati come nel monumento dell’Acropoli: quelli originali rimasti in Grecia e quelli finiti a Londra. Ma sono soprattutto i pezzi ricomposti a fare impressione: il frammento originale della zampa di un cavallo ricongiunto con il calco della parte restante che sta al British, il frammento del braccio di un cavaliere che partecipa alla processione delle Panatenee inserito nel calco del cavaliere tutto intero in sella al destriero. Si vedono i segni degli scalpelli con i quali i marinai di Elgin hanno staccato i marmi, le prove dello scempio, già bollato da Byron con parole di fuoco. «È una cosa tragica», commenta Pandermalís. Un tragico puzzle. Per bocca del ministro della Cultura Antonis Samaras, il governo di Atene ha rivolto ieri un appello a tutti coloro che credono nei valori di civiltà discendenti dall’antica Grecia, perché uniscano la loro voce nel reclamare il ritorno a casa dei capolavori. E la speranza diffusa è che questa possa essere la volta buona, dopo tante delusioni, dopo la vana generosa battaglia di Melina Mercouri, che pianse davanti alle telecamere quando nel 1983, in veste di ministro della Cultura, visitò i marmi al British. Una delle principali obiezioni inglesi era che Atene mancava di una sede adatta per esporre quei capolavori: ora c’è. «È importante che tornino», sottolinea Pandermalís, «non solo per noi ma per l’intera comunità internazionale. Questi marmi appartengono al mondo, sono il simbolo della prima democrazia». Ma cos’hanno, questi pezzi, di così essenziale e diverso dai tanti altri dispersi nei musei del globo? Non si tratta di un semplice retaggio etnico-culturale, di un trito riflesso localistico. Qui c’è qualche cosa di più. Di unico. Per capire occorre inerpicarsi sull’Acropoli, la collina consacrata alla divinità poliade Atena, da cui provengono tutti i reperti del Museo. Appena sotto, a Nord-Ovest, si scorge l’antica agorà, dove secondo il Gran Re persiano Dario i Greci si incontravano per ingannarsi reciprocamente, e dove in seguito Socrate e gli Stoici si sarebbero raccolti con i loro allievi all’ombra dei porticati: là è nata la democrazia. Spingendo lo sguardo più lontano, nella stessa direzione, dalla foschia canicolare emerge la sagoma di Salamina, l’isola dove si combatté lo scontro decisivo con i barbari - come i Greci chiamavano i Persiani, per l’incomprensibile bar-bar del loro linguaggio: là è nato quel che oggi intendiamo per Occidente. Sui monumenti dell’Acropoli tutto ciò è trascritto in termini figurativi - dalla funzione civilizzatrice della polis democratica, a cui alludono le scene di lotta contro i giganti, ai corretti rapporti all’interno della compagine statale, con la funzione politica sovraordinata alle altre, come è evidenziato nella disposizione degli dèi nel fregio Est del Partenone. Era l’elaborazione artistica dell’idea democratica sviluppatasi nel corso del V secolo a.C. e portata a compimento da Pericle, una costruzione complessa in cui la polis si sottraeva al peso dei legami del sangue per imporsi come creazione umana razionale, sanzionata dal crisma di una religione civica. La stessa ragion d’essere della grecità, del suo ruolo nella storia. Consapevoli di ciò, dopo le polemiche roventi che hanno investito il progetto di Tschumi - un architetto adepto delle teorie decostruzioniste di Derrida, già autore della controversa Villette di Parigi -, tutte le componenti della litigiosa comunità ellenica si sono infine ricompattate. «Al di là delle meschinerie umane», come ha rilevato l’altro giorno, in una delle tante anteprime, il ministro (conservatore) Samaras. Di nuovo, come 2500 anni fa di fronte all’urto dei Persiani, si realizza in Grecia il miracolo di una precaria unità. Soltanto che il «nemico» non articola ostici bar-bar, la sua lingua si capisce benissimo in tutto il mondo, ma è lui che in questo caso (ancora) non vuole capire. |
| Maurizio Assalto |
| Fonte: www.lastampa.it |
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