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CAVOUR E LA SPEZIA 21/04/2010
La prima new town dell'Italia unita
 
  C’era anche la contessa di Castiglione nel bel mondo che villeggiava alla Spezia intorno alla regina Maria Adelaide, ma non fu certo per sdebitarsi con lei, strettamente legata alla città anche se ormai parigina, che Camillo Benso guardò un’ultima volta il panorama del golfo e prese - era il 21 aprile di 150 anni fa - un’altra delle sue storiche decisioni. Fu quello il giorno del via libera alla costruzione del grande Arsenale militare, un progetto che altri avevano accarezzato nei secoli, e che cambiò radicalmente il volto della città. Da piccolo e delizioso centro di 5000 abitanti, nel giro di pochi anni, La Spezia divenne una «new town» da centomila persone, dimenticò la recente tradizione turistica, imboccò la via dell’acciaio.
  
  Fu anzi la prima new town dello Stato unitario, pensata quando ancora si chiamava Regno di Sardegna. Rappresentò uno sforzo gigantesco e una realizzazione senza eguali nella storia. Sul vasto golfo tanto caro ai poeti - che Lord Byron attraversava a nuoto e P. B. Shelley abitò fino alla morte per acqua, naufragando col suo veliero mentre tornava dalla Toscana verso Casa Magni, a San Terenzo - si innalzò uno smisurato monumento alla modernità. L’intuizione di Cavour non cancellò i poeti, anzi era destinata ad attirarne di nuovi e non meno agitati, come il Filippo Tommaso Marinetti dell’Aeropoema del golfo della Spezia; anche se il Conte non pensava certo alla letteratura, ma al futuro politico dell’Italia unita. Così, senza forse averlo neanche previsto, cambiò radicalmente un paesaggio e un modo di vivere.
  Oggi a Palazzo del Governo si inaugura la mostra che, per il centocinquantenario dell’Unità, racconta questa lunga storia identificandola iconicamente negli occhi dello statista piemontese coronati dai celebri occhialini. Il titolo, «Lo sguardo di Cavour», si rifà al momento in cui, insieme con l’allora maggiore Domenico Chiodo, che redasse il progetto, lo statista piemontese ispezionò il golfo (da un’altura che più non esiste, spianata durante il fascismo per creare la piazza centrale col Municipio) e prese la storica decisione.
  
  L’impresa venne realizzata in tempi rapidissimi: il cantiere fu aperto il 21 aprile 1862, l’opera inaugurata il 28 agosto ’69: quando l’acqua cominciò a defluire nei bacini, in una giornata torrida e stupefatta, con tutte le autorità e gli operai vestiti a festa, e cioè coperti di pesanti panni invernali. Si realizzava un sogno che era già appartenuto a Napoleone, frenato poi proprio dai francesi che non vedevano di buon occhio una base dell’Impero fuori dei confini nazionali, e soprattutto in concorrenza con Tolone. E che non era stato estraneo nemmeno a Carlo Felice, il sovrano reazionario salito al trono nel 1823: si limitò a migliorare i collegamenti stradali, ma fu un passo importantissimo per il futuro.
  Quella dell’Arsenale è una storia di lavoro, di intuizioni e anche di orgoglio militare. Spostare la Marina dall’intasatissimo porto di Genova e portarla qui, in spazi immensi, aveva un deciso significato politico sullo scacchiere internazionale. Il Regno d’Italia mostrava i muscoli, e con uno sforzo enorme - anche sul piano finanziario - creava la sua prima fortezza sul Mediterraneo. Nello stesso tempo dava luogo a un esperimento sociale del tutto inedito. Come ci spiega Andrea Marmori, direttore del museo civico Amedeo Lia (straordinaria collezione d’arte che spazia da Giotto a Tintoretto, raccolta da un collezionista spezzino ora centenario, che l’ha donata alla città), i lavori riplasmarono il golfo.
  
  L’arsenale inglobò senza problemi un antico convento, mentre il terreno di scavo allontanò la vecchia città dal mare, creando una nuova geografia. L’hotel della regina (e della contessa di Castiglione), che prima si affacciava sulla spiaggia, si trovò al limitare di una grande spianata, dove sorgono i giardini pubblici. Il grande afflusso di manodopera da ogni parte d’Italia fu all’origine della costruzione del quartiere operaio Umberto I, per ovviare al sovraffollamento e alle epidemie che si diffondevano tra i lavoratori a causa delle precarie condizioni igieniche. Dove Cavour aveva visto solo spiagge (incantevoli) si sviluppò uno dei grandi laboratori sociali ed economici del Regno d’Italia, con le sue luci e le sue ombre.
  Henry James, che descrisse la città nelle sue Italian Hours (1878), vide La Spezia come un tipico esempio del nuovo «stile italiano», caratterizzato da una tendenza alla novità degna del Far West, e anche «mostruoso». Ma il grande scrittore era un americano che voleva disperatamente essere inglese, e la modernità già gli faceva orrore. È probabile che un giudizio del genere, sotto sotto, avrebbe fatto un gran piacere al vecchio Conte, se la vita gli avesse consentito di leggerlo.
Mario Baudino
Fonte: www.lastampa.it
 
 
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