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| SE L'IMPERO ROMANO NON FOSSE CADUTO? |
14/01/2006 |
| Romanitas, il primo romanzo di una trilogia |
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Le edizioni londinesi Orion hanno pubblicato, alla fine del 2005, Romanitas, il primo romanzo di una trilogia progettata da Sophie Mc Dougall. L’idea, semplice ed estremamente interessante, è quella di ambientare una storia in una contemporaneità (il 2004 del nostro calendario la data degli eventi) completamente fittizia, supponendo che l’Impero romano non sia mai caduto, anzi si sia nel corso dei secoli ancora espanso conquistando la Persia, la nemica di sempre, e buona parte del continente americano, scoperto tra il 2100 ed il 2200 dalla fondazione di Roma (1347-1447 del nostro calendario). Il mondo risulta così spartito tra tre macro-Stati: l’immenso Impero, l’Impero cinese (anch’esso, ovviamente, tuttora in piedi), pacifica realtà “cuscinetto” e la Nionia, ossia un Impero giapponese ben cresciuto, in grado di opporsi a Roma in una logorante condizione di guerra sempre strisciante, in modo assai simile a quelli che furono in realtà i rapporti con la Persia tra I secolo a. C. e IV d. C. Solo l’Africa meridionale è indipendente, e ribelle al dominio romano. Il volume è completato da una cartina di questo mondo di immaginazione, e da un’ampia cronologia che si distacca dalla realtà storica nel 192 del nostro calendario: l’Imperatore Pertinace, in realtà effimero, presto vittima di una congiura, riesce a scampare ai suoi attentatori e a governare per 12 anni. Non ci fu dinastia severiana, non ci fu crisi del III secolo, non ci fu tardo Impero; non ci fu neppure la cristianità. E’ un vero peccato che queste eccellenti premesse, che avrebbero potuto fare del romanzo un vero e proprio laboratorio di riflessione storica, siano dissipate poi nella costruzione di una trama intrigante, appassionante, che rende comunque il libro meritevole di essere letto, ma un po’ deludente. Un intrigo di corte, la morte dell’erede al trono, lotte di potere all’interno della famiglia imperiale, la potente dinastia Novia, minacciata però da una tara genetica, e schiavi fuggitivi, una delle quali con singolari poteri paranormali sono gli ingredienti che la Mc Dougall mette in campo. Il risultato è che una storia di questo genere poteva tranquillamente essere ambientata nell’Impero romano del II secolo d. C. (elementi tecnologici, su cui tornerò a breve, permettendo), o nell’America schiavista. E’ persa invece la possibilità di riflettere su alcuni punti, cui accenno qui senza approfondire il discorso, e soprattutto senza poter proporre soluzioni: 1. Il rapporto degli antichi con la tecnologia: la Mc Dougall assegna ai Romani una tecnologia ampiamente confrontabile con la nostra (arretrata solo di una quindicina d’anni, data l’assenza di computer e cellulari). Ci sono telefoni (longdictor, “dicitore da lontano”), televisioni (etimologicamente, longvision), automobili. Eppure, sappiamo che il rapporto dei Romani con la tecnologia non era uguale al nostro, ed al proposito si cita spesso un passo di Svetonio, che narra come Vespasiano fece giustiziare un inventore che avrebbe causato una grande perdita di posti di lavoro (ma qualcosa di analogo si trova, in chiave umoristica, anche in Petronio in riferimento a Tiberio). Riflettere sul diverso approccio delle culture con l’innovazione tecnologica (il cui valore positivo dipende strettamente dal principio capitalistico della massimizzazione del profitto) potrebbe condurre a risultati interessanti. 2. L’economia degli antichi: nel romanzo i personaggi maneggiano il denaro (naturalmente sesterzi) come facciamo noi quotidianamente. Eppure il mondo, senza il mercantilismo, e senza, quindi, le già citate dinamiche capitaliste della massimizzazione del profitto sarebbe stato certamente molto diverso. 3. La struttura sociale: la presenza degli schiavi, che è elemento fondamentale del meccanismo narrativo, non è affatto data per scontata, e si agitano nella politica della Roma romanzesca moti abolizionisti. Ma non è chiaro da dove arrivino i principi umanitari che stanno alla base, non derivati da riflessioni economiche e certo non dalla religione, dato che il cristianesimo, piccola setta dei primi secoli d. C., è stato – nell’ideazione della Mc Dougall, presto schiacciato. 4. La religione: è proprio questo il punto più determinante. Non solo nella valutazione dell’apporto del cristianesimo alla nascita dei valori del mondo occidentale, ma anche dell’influenza della religione nell’economia e nella società. L’esercizio interessante poteva essere studiare che ruolo poteva giocare la religione romana nella genesi di principi morali, ma anche politici ed economici. Nel romanzo, invece, la religione non è presente nemmeno come un’osservanza puramente formale, bensì qualcosa di completamente esterno. Sporadicamente i personaggi si ricordano di pregare Apollo o Marte, ma non c’è alcun approfondimento sulle caratteristiche, e nemmeno sui riti, di questa religione (di cui si poteva, peraltro, provare anche ad immaginare un’evoluzione rispetto a quanto noto per l’età classica). Al contrario, la breve riflessione della protagonista, ad un certo punto, sul fatto che deve esistere un dio solo o nessun dio, ma una pluralità di dei non è concepibile, è completamente campata in aria e fuori luogo da un punto di vista narrativo, e sa tanto di luogo comune. Queste sono solo alcune proposte di riflessione, certo oziose perché, come è noto, la storia non si scrive con i se; un loro approfondimento potrebbe però aiutare a capire il mondo in cui viviamo e la stratificazione culturale che sta alle spalle della nostra esperienza. |
| Filippo Carlà |
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| Bibliografia |
| La formazione della cultura europea occidentale, Bruno Luiselli, Ed. Herder 2003 |
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| La storia spezzata. Roma antica e Occidente moderno, Aldo Schiavone, Ed. Laterza 1996 |
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| Roma antica e il mondo occidentale moderno. Criteri di interpretazione e ipotesi di continuità, Sergio Roda, Thélème 1999 |
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